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«Piccola mia, tu sai a cosa servono le trecce?»

 

Il momento in assoluto preferito da Muyal era quando nonna Guadalupe le intrecciava i lunghi capelli neri e le raccontava miti e leggende degli antichi Maya, un repertorio culturale che l’anziana spesso usava per spiegare le contraddizioni della difficile vita di una famiglia contadina tra gli altipiani del Chiapas.

 

La stessa vita che i popoli indigeni, come gli tzotzil di Muyal, conducevano da generazioni, oppressi dai latifondisti e da un governo spesso complice dei potenti.

Ma nei primi anni ’90, quando tra quegli altipiani iniziano a farsi intravedere i fazzoletti rossi dei guerriglieri zapatisti, sembra che le cose stiano per cambiare, e in maniera radicale…
 

In “Trecce di mais” Giorgio Accinasio miscela sapientemente narrativa, romanzo storico e thriller politico, trascinando il lettore nella povera ma affascinante comunità di Sacbé in un momento cruciale della recente storia del Messico.

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Chiapas, sud est messicano...

Le rane tornarono a gracchiare e a saltare nelle grandi pozzanghere, rincorse dai bambini a piedi scalzi e braccate dai serpenti che strisciavano affamati dalla selva. (...) I cani denutriti vagavano alla ricerca di cibo, con la coda ricurva tra le zampe e senza mai scodinzolare, mentre nella foresta circostante, dopo essersi riparate dalla pioggia, le scimmie ragno strillavano e balzavano gioiose tra i rami più alti, attente però a non farsi catturare dai giaguari.

...dagli antichi Maya...

Nonna Guadalupe continuó: «La nostra vita ciclica si svolge in uno spazio cosmico sostenuto dai rami, dal tronco e dalle radici di una ceiba, la quale funge da ponte di comunicazione tra i tre livelli di esistenza: cielo, terra e inframondo. Il cielo è concepito come una piramide di 13 livelli, la terra come una lastra quadrangolare e il mondo sotterraneo come una piramide rovesciata. Il giorno della nostra morte è deciso dai Signori di Xibalbá e sono i loro messaggeri ad avvisarci.»

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...ai loro discendenti di oggi...

L'argomento del governo messicano per favorire gli investimenti in Chiapas, erano le numerose terre vergini da colonizzare. Ne agevolò l’acquisizione con  due decreti legge che dovevano formalmente servire a identificare le terre senza proprietario per incorporarle nell'economia nazionale, ma in realtà attraverso questi provvedimenti, furono raggiunte concentrazioni di terra impressionanti, delimitando tutti i terreni considerati liberi e sottomettendo le comunità indigene a un esproprio senza precedenti.

...tra il sacro e il profano...

Lungo le pareti vi erano raffigurazioni di altri santi, dalle dimensioni ancora più contenute, con ai loro piedi, file o grappoli di candele accese, la cui luce contrastava con un'onnipresente semioscurità che dispensava un’atmosfera di mistero. Il suolo di terra era ricoperto da rametti verdi di copale, che assieme all’odore dell’incenso, davano una particolarissima fragranza alla chiesa. Durante la celebrazione, i mormorii delle preghiere si intrecciavano in una specie di manifesto onirico. Molti indigeni erano in uno stato di trance (...) 

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...lottando e resistendo...

Bernardo Romero, continuò a esporre le sue idee. «Dobbiamo focalizzarci nell’analizzare, contenere, isolare, destrutturare e immobilizzare tutte le organizzazioni e i singoli individui che fanno parte dell’ampia rete d’appoggio allo zapatismo. Dobbiamo disinformare. Dobbiamo creare delle ONG sotto il nostro controllo per contrapporle a quelle indipendenti. Utilizzando ogni tipo di azioni e tattiche che vanno da quelle classiche, come persecuzioni, minacce, azioni psicologiche e sequestri fino ad attacchi di gruppi paramilitari. (...)»

...per la terra e la dignità.

Gli indigeni sono il vero nemico, per questo vengono colpiti. E perché hanno scelto i popoli indigeni come nemici? Perché sono piccoli e scuri? Perché parlano un’altra lingua? Perché sono antipatici? (…) Gli indigeni, oltre a non parlare spagnolo, non vogliono carte di credito e non producono. Seminano mais, fagioli e caffè per la loro sussistenza, ma non usano il computer. Non sono consumatori e non sono produttori. Sono un avanzo, e tutto ciò che avanza può essere eliminato. (...) E quel che è peggio, non vogliono smettere di essere indigeni.

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