Nativi Digitali Edizioni

Quando una storia ti racconta la storia

Il potere della buona letteratura è quello di trascinarti in un mondo e farti conoscere cose nuove attraverso gli occhi dei personaggi. Sembra una banalità, ma lo è davvero? Per me no: ogni volta che, terminata la lettura, mi metto a ricercare avidamente sul web termini che prima non mi avevano mai interessato granché, come “EZLN”, o non conoscevo proprio, come “tzotzil”, so che la magia del libro ha fatto il suo effetto. Ed è questo il caso di “Trecce di mais” di Giorgio Accinasio.

Facciamo un passo indietro. Tutto ciò che conoscevo del Chiapas e degli zapatisti prima di leggerlo veniva dalla canzone “Chiapas” dei Punkreas; un brano divertente da cantare al pub, ma poco di più. Essendo nato nel 1986, tutto quello che è successo in Messico negli anni ’90 è accaduto prima che sviluppassi una coscienza politica, e quindi non mi ha mai interessato granché. Dei popoli indigeni del centroamerica, poi, ne sapevo ancora meno; certo, conoscere la differenza tra Maya, Atzechi e Inca mi è valso un bell’ottimo in prima media, ma il Messico non ha certo l’impatto mediatico degli USA, e quindi la curiosità è finita lì. Finché non ho conosciuto Muyal.

Muyal, all’inizio del romanzo di Accinasio, è una ragazzina di quattordici anni, parte di una famiglia contadina della comunità di indigeni di Sacbé, tra i pittoreschi altopiani del Chiapas. I racconti della nonna Guadalupe, depositaria di quello che resta dell’antica saggezza Maya, hanno infatti attecchito in lei, insieme all’esempio della sorella Ixchel, che è andata a vivere in città e si è scelta il suo uomo, spingendola quindi a un gesto di ribellione. Un gesto che avrà delle conseguenze che Muyal non può aspettarsi.

Ed ecco che arriviamo al “contesto”: la vita in Chiapas non è mai stata facile per i popoli indigeni, vessati dai latifondisti, che assumevano il controllo totale della vita dei loro lavoratori, e da un governo compiacente verso i potenti. Le cose cambiano quando, tra quegli altopiani, iniziano a farsi notare dei guerriglieri che sfoggiano un fazzoletto rosso: ecco i famosi zapatisti. Ma chi sono, qual è la loro relazione con gli indigeni e il loro impatto nella vicenda di Muyal, e dell’intero Chiapas, lo lascio spiegare all’autore.

Questo romanzo di Giorgio Accinasio si può infatti considerare un puntuale resoconto di ciò che è accaduto in quel fazzoletto di Messico negli anni ’90: e vi assicuro che di cose ne sono successe tante. “Trecce di mais” non va, però, inteso unicamente come un romanzo storico: la narrazione di fatti realmente accaduti è sviluppata attorno alle vite dei numerosi personaggi, la cui forte personalità trova una precisa raffigurazione. Può risultare difficile assegnare a questo romanzo un determinato genere: si presenta come un romanzo storico, ma allo stesso tempo i personaggi di finzione sono descritti così accuratamente da poterli considerare i veri protagonisti delle vicende che si susseguono; vicende che vanno dalle investigazioni (a un certo punto della storia, si svela una spiccata componente mistery, quasi vicina al tipico thriller politico,  attraverso la prospettiva di uno strampalato duo che, ve lo anticipo, è impossibile non adorare), alle fughe per la salvezza, ma c’è spazio anche per l’amore.

La profondità con cui vengono presentate le situazioni riesce a far immergere completamente il lettore nel racconto, e il susseguirsi di vicende si costruisce con una naturalezza che rende la lettura adatta ad un pubblico molto vasto.
Non serve infatti che siate divoratori di romanzi storici, che abbiate idea di chi sia il Subcomandante Marcos o conosciate gli tzotzil; ci penserà Accinasio a spiegarvelo… e vi assicuro che non vi farà annoiare, dato che le vicende storiche e la contestualizzazione politica sono legate a doppio filo alla vita di questi personaggi così affascinanti e ben ritratti. Per apprezzare “Trecce di Mais”, insomma, basta che vi piacciano le belle storie.

  Marco Frullanti